Festival Teatro, ora c'è anche Salemme
Due anni fa aveva detto: «Si tratta di una cosa fatta in famiglia, è nepotismo». Ora aggiunge: «Sta cambiando»
Vincenzo Salemme
NAPOLI - Da paladino degli attori napoletani tenuti fuori dal Teatro Festival Italia della prima edizione a protagonista assoluto di uno spettacolo che andrà in scena nientemeno che sulle tavole del San Carlo. Una rivincita con tanto di interessi quella di Vincenzo Salemme, che il 7 giugno presenterà il suo «Pigmalione» di Rousseau nel Massimo cittadino (replica il 9 giugno al Verdi di Salerno che entra così nella rete del festival). «E infatti già me la sto facendo un po’ addosso», scherza l’attore bacolese, «io sul palcoscenico del San Carlo, ma ci pensate? Nel tempio della lirica con un testo impegnativo come il ‘‘Pigmalione’’. Meno male che mi aiuterò con i fogli scritti, perché la mia sarà una specie di mise en space, e che spazio, in cui ci saranno solo un’attrice che stiamo ancora scegliendo e che interpreterà la statua di Galatea e Antonio Guerrero che farà la parte del servo».
Ma com’è nata questa convocazione dell’ultima ora? Avranno pensato al suo precedente all’Opera di Roma con ‘‘La vedova allegra?’’
«Mi ha telefonato Renato Quaglia chiedendomi di partecipare al festival ma con un Salemme inedito, fuori dai cliché. Allora mi ha proposto l’opera di Rousseau, che se da una parte mi ha entusiasmato, dall’altra mi ha anche intimorito, vista la complessità di tema e linguaggio. Abbiamo affidato la riscrittura a un maestro come Manlio Santanelli, che pur senza tradirla ne ha fatto una cosa un po’ più spiritosa, nel segno della sua tagliente ironia».
Ma non era stato proprio lei a criticare il festival per l’assenza di una certa napoletanità?
«Vi giuro, non pensavo a me, fortunatamente non ho bisogno del festival per tirare avanti. Ma non trovavo giusto che una rassegna internazionale che si svolge a Napoli chiudesse gli occhi proprio davanti alla nostra grande tradizione. Mi sembra che quest’anno le cose stiano cambiando». Da un San Carlo all’altro, il Massimo ospiterà infatti l’apertura della manifestazione il 4 giugno alle 22 con «L’Européenne», secondo spettacolo della Compagnia Teatrale Europea fondata dal festival che quest’anno sarà affidata a David Lescot. «Questo spettacolo», ha spiegato ieri il poliedrico artista francese ai ragazzi del master in letteratura teatrale della Federico II, «non è una forma statica, immutabile. Qui a Napoli cambierà proprio a partire dalle influenze del genius loci». Si spiega così l’ingresso di tre attori italiani, Cristiano Nocera, Giovanna Scardoni e Piera Formenti, nello spettacolo che tratta con sguardo preoccupato e divertito il procedere faticoso dell’integrazione europea. «Avevo bisogno di due cose: un traduttore e un’altra figura capace di restituire un ritmo più meridionale. Insomma più Pulcinella che Arlecchino. Così ho introdotto la figura di un interprete, che rielaborerà, sintetizzandole, le parole degli attori non italiani, lasciando ampio spazio alla musica». Ci saranno infatti anche francesi, portoghesi e slovacchi, e ognuno parlerà la propria lingua, come accadde già l’anno scorso con le Troiane di Virginio Liberti. «Non sono», conclude Lescot, «contro l’unità europea, tutt’altro, ma mi piace criticare le cose che amo per renderle migliori, forse rifacendomi al dettato dei moralisti francesi. Questo processo mi appare spesso frettoloso e inefficace. Specie per quanto riguarda la recente annessione del blocco dei paesi dell’Est». E infatti la musica sarà soprattutto balcanica o klezmer, un po’ aspra per i dirigenti europei della pièce. Che vedrà al centro il tentativo di alcuni attori di accedere a fondi europei, con tutta la babele linguistica che ne verrà fuori.