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Napoli Teatro Festival Italia 2009

Festival Teatro, ora c'è anche Salemme
Due anni fa aveva detto: «Si tratta di una cosa fatta in famiglia, è nepotismo». Ora aggiunge: «Sta cambiando»

Vincenzo Salemme

NAPOLI - Da paladino degli attori napole­tani tenuti fuori dal Teatro Fe­stival Italia della prima edizio­ne a protagonista assoluto di uno spettacolo che andrà in scena nientemeno che sulle tavole del San Carlo. Una rivincita con tanto di interessi quella di Vincenzo Salemme, che il 7 giu­gno presenterà il suo «Pigmalione» di Rous­seau nel Massimo cittadino (replica il 9 giu­gno al Verdi di Salerno che entra così nella rete del festival). «E infatti già me la sto fa­cendo un po’ addosso», scherza l’attore ba­colese, «io sul palcoscenico del San Carlo, ma ci pensate? Nel tempio della lirica con un testo impegnativo come il ‘‘Pigmalione’’. Meno male che mi aiuterò con i fogli scritti, perché la mia sarà una specie di mise en space, e che spazio, in cui ci saranno solo un’attrice che stiamo ancora scegliendo e che interpreterà la statua di Galatea e Anto­nio Guerrero che farà la parte del servo».

Ma com’è nata questa convocazione del­l’ultima ora? Avranno pensato al suo pre­cedente all’Opera di Roma con ‘‘La vedo­va allegra?’’
«Mi ha telefonato Renato Quaglia chie­dendomi di partecipare al festival ma con un Salemme inedito, fuori dai cliché. Allora mi ha proposto l’opera di Rousseau, che se da una parte mi ha entusiasmato, dall’altra mi ha anche intimorito, vista la complessità di tema e linguaggio. Abbiamo affidato la riscrittura a un maestro come Manlio Santa­nelli, che pur senza tradirla ne ha fatto una cosa un po’ più spiritosa, nel segno della sua tagliente ironia».

Ma non era stato proprio lei a criticare il festival per l’assenza di una certa napo­letanità?
«Vi giuro, non pensavo a me, fortunata­mente non ho bisogno del festival per tira­re avanti. Ma non trovavo giusto che una rassegna internazionale che si svolge a Na­poli chiudesse gli occhi proprio davanti alla nostra grande tradizione. Mi sembra che quest’anno le cose stiano cambiando». Da un San Carlo all’altro, il Massimo ospi­terà infatti l’apertura della manifestazione il 4 giugno alle 22 con «L’Européenne», se­condo spettacolo della Compagnia Teatrale Europea fondata dal festival che quest’anno sarà affidata a David Lescot. «Questo spettacolo», ha spiegato ieri il poliedrico artista francese ai ragazzi del ma­ster in letteratura teatrale della Federico II, «non è una forma statica, immutabile. Qui a Napoli cambierà proprio a partire dalle in­fluenze del genius loci». Si spiega così l’in­gresso di tre attori italiani, Cristiano Noce­ra, Giovanna Scardoni e Piera Formenti, nel­lo spettacolo che tratta con sguardo preoc­cupato e divertito il procedere faticoso del­l’integrazione europea. «Avevo bisogno di due cose: un traduttore e un’altra figura ca­pace di restituire un ritmo più meridionale. Insomma più Pulcinella che Arlecchino. Co­sì ho introdotto la figura di un interprete, che rielaborerà, sintetizzandole, le parole degli attori non italiani, lasciando ampio spazio alla musica». Ci saranno infatti an­che francesi, portoghesi e slovacchi, e ognu­no parlerà la propria lingua, come accadde già l’anno scorso con le Troiane di Virginio Liberti. «Non sono», conclude Lescot, «con­tro l’unità europea, tutt’altro, ma mi piace criticare le cose che amo per renderle mi­gliori, forse rifacendomi al dettato dei mo­ralisti francesi. Questo processo mi appare spesso frettoloso e inefficace. Specie per quanto riguarda la recente annessione del blocco dei paesi dell’Est». E infatti la musi­ca sarà soprattutto balcanica o klezmer, un po’ aspra per i dirigenti europei della pièce. Che vedrà al centro il tentativo di alcuni at­tori di accedere a fondi europei, con tutta la babele linguistica che ne verrà fuori.